La Parigi Brest Parigi e le emozioni di chi la ha affrontata per la prima volta.

Più che un racconto o un diario di viaggio, questo è un percorso introspettivo, dove racconto le mie motivazioni e tutto quello che ha scatenato nel mio animo questa ultra maratona ciclistica.
La Parigi Brest Parigi non ha bisogno di presentazioni si disputa ogni 4 anni in Francia a partire dal 1931. Le regole sono semplici percorrere in bici 1200 km partendo da una località nei pressi di Parigi fino a Brest e poi tornare indietro più o meno sullo stesso percorso. Per finirla ed essere omologati, con tanto di medaglietta si devono rispettare gli orari dei cancelli e terminarla entro il tempo massimo di 90 ore. L’altimetria non è proibitiva, circa 12000 mt, una media di 1000 mt ogni 100 km. Insomma, cose che noi Randonneurs affrontiamo spesso tranquillamente senza problemi.
Avevo l’obiettivo di parteciparvi da quando ho conosciuto il mondo “Randagio”, a noi piace essere definiti così in fondo siamo tutti spiriti liberi, la nostra droga è pedalare per ore ed ore sempre più lontano. La Parigi Brest Parigi, da subito ha esercitato un fascino particolare su di me, forse per la sua storia, chi l’ha fatta per la prima volta era davvero audace e coraggioso, all’epoca le bici non erano il massimo in termini di comfort.
Quindi faccio tutto in necessario per esserci, due anni prima comincio a fare tutti i brevetti necessari per la prequalifica, e poi l’anno successivo tutti i brevetti per la qualifica finale e l’iscrizione. Sono brevetti da 200, 300, 400, 600 oppure una over 1000 da fare per ottenere la qualifica. Fatti i brevetti poi bisognava andare sul sito dell’evento e registrarsi, anche quest’operazione non era banale, sapevo che ci sarebbero stati molti iscritti, e per cercare di partire nelle prime griglie bisognava iscriversi allo scoccare della mezzanotte del 14 gennaio. Un click day in piena regola, pochi secondi dopo la mezzanotte già c’erano più di 500 iscritti. Riesco ad entrare nei primi 200 e va bene così, adesso non resta che allenarsi ed organizzare il viaggio.
La logistica è da capogiro, bisogna arrivare in Francia con la bici e tutto il resto. Dopo aver esaminato varie possibilità decido insieme ai miei compagni di viaggio, Mariano Russo e Pino Leone, di andare in macchina, affittare un mini appartamento a 20 km da Rambouillet per tutta la settimana a cavallo dell’evento, in questo modo abbiamo sempre un punto di riferimento, qualunque cosa succeda la casa sarà disponibile.
Arriva il giorno della partenza, ci muoviamo in anticipo e partiamo il 15 Agosto io e Mariano Russo, direzione Modena, dove ci raggiungerà Pino Leone Capitano della Nazionale Italiana Randonneurs. Dormiamo a Modena ed affrontiamo il mattino seguente il resto del viaggio. Capiamo da subito che la compagnia è giusta, viaggiamo bene insieme, ci divertiamo talmente tanto tra risate e “magnate” che il viaggio sembra durare pochissimo.
Arrivati a St-Quentin sistemiamo le valigie, le bici e riempiamo il frigo di birre, possono sempre essere utili, era un dettaglio non di poco conto. Oramai ci siamo, dopo una dormita non ci resta che andare al Castello di Rambouillet per ritirare il pacco gara, ambientarci con il posto, salutare i vecchi amici che troveremo tutti al nostro punto di riferimento “Casa Italia” organizzata dall’ARI, per tutte le informazioni sulla gara. Il tempo non è buono, piove, la cosa è preoccupante, se dovesse piovere anche il giorno successivo, ci toccherebbe partire con la pioggia, cosa che non è bellissima. Tuttavia le previsioni lasciano ben sperare.
Ritirato il pacco gara, fatte le foto di rito si torna a casa per sistemare la bici e per riposare il più possibile. Questi sono i momenti più stressanti, decidere cosa portarsi dietro e cosa no, come distribuire i pesi, come utilizzare al meglio il Bag Drop, ecc. Dopo un attenta analisi delle condizioni meteo decido di portarmi dietro molta roba, vedevo temperature notturne molto basse e tanta umidità, decido di utilizzare attrezzatura invernale, copriscarpe, scaldacollo, guanti, maglia e mantellina in goretex. Arrivo a 14 kg tra bici ed equipaggiamento e ancora non avevo calcolato le borracce. In totale superavo abbondantemente i 15 kg. Poco male, come dico sempre meglio viaggiare pesanti e tranquilli che leggeri e preoccupati.
Tutto sembra a posto, non resta che pedalare.
Il giorno seguente ci siamo, tutti lì sulle griglie di partenza, vedere quasi 7000 ciclisti tutti insieme fa un certo effetto, l’emozione è tanta e l’adrenalina scorre nelle vene, dopo una lunga attesa arriva il mio turno, le ultime raccomandazione degli organizzatori e giù si parte.
I miei compagni di viaggio seguiranno nello scaglione successivo dopo 15 minuti, quindi mi raggiungeranno, nel frattempo io vado a tutta.
Vedo tutto il mondo della bici davanti a me e io sono in mezzo a tutto questo. Non mi sembra vero. Sono le 17:30 ho molta luce a disposizione, in Francia la notte arriva più tardi e questo per me è un vantaggio, i primi 100 km li faccio con la luce, il panorama è bello, attraversiamo tanti piccoli borghi e tantissime campagne, ogni tanto si vede un castello e poi di nuovo campagne sconfinate, tutte curate e tenute benissimo.
Quando attraversiamo i primi centri abitati, mi rendo subito conto che questa randonnée è differente dalle altre che ho fatto, vengo letteralmente travolto da un tifo da stadio, in ogni angolo ci sono gruppi di persone con striscioni che ci incoraggiano con il loro “Bon courage”.
Indossavo la maglia della Nazionale Italiana, e da lontano sentivo gridare Italia Italia, erano tutti felici del nostro passaggio, ci offrivano letteralmente tutto quello che avevano in casa, c’era chi preparava panini con burro e prosciutto, chi ci offriva dei dolci, addirittura in uno di questi punti di ristoro chiamiamoli “abusivi” mi hanno offerto delle Ostriche, non mi sembrava vero, in cambio bastava un offerta a piacere, o un souvenir oppure una cartolina da inviare, oppure ancora solo un sorriso e due chiacchiere, erano così gentili.
Anche le auto che incrociavamo per strada, se ci suonavano era solo per salutarci. Pensavo tra me e me che non mi ero mai sentito così, per la prima volta nella mia vita ciclistica non venivo trattato come un ostacolo alla circolazione delle auto ma come una persona. Tutto questo annullava ogni fatica, le forze sembravano non finire mai. Ma dopo i primi 400 km le gambe cominciano a diventare più pesanti. A questo punto occorre decidere se seguire il piano di Mariano Russo e Pino Leone di arrivare fino a Brest e riposarsi lì o di fermarsi a dormire a Quedillac, dove mi aspetta il Bag Drop e una doccia. So bene che rischio di uscire fuori da qualche cancello, ma decido di dormire un paio d’ore e poi proseguire per Brest. Mariano e Leone mi superano e proseguono diritti per Brest, sono due veterani e sanno bene che il tempo guadagnato nella prima fase va poi investito nella seconda.
Dopo una dormita mi rimetto in viaggio, ma due ore per il mio fisico sono poche, avverto da subito la stanchezza e di nuovo le gambe pesanti, in più fuori c’è un freddo cane e un umidità del 100% che aumenta di molto il freddo percepito. Penso che ho fatto bene a portare l’abbigliamento invernale, con i gambali e la mantellina in goretex sembra andare bene, ma arrivato a Loudeac devo riposare ancora un pochino e mi faccio un’altra oretta. Il tempo passa inesorabilmente, devo muovermi, per fortuna oramai è giorno e le temperature salgono, posso pedalare bene fino a Brest. Arrivo sempre con poco margine di tempo ma ci sono dentro, la cosa mi infonde molto coraggio, ce la posso fare, arrivato a Brest in meno di 40 ore, era questo il mio obiettivo ed era stato centrato, ma sapevo che non potevo mai rilassarmi più di tanto.
I controlli erano ben strutturati, si passava su un tappetino e un microchip segnava la posizione e il tempo, potevano anche seguirci da casa sull’apposita app o sul sito ufficiale della PBP, e lo facevano, da casa arrivavano messaggi del tipo, vai ci sei, oppure sei un poco in ritardo sui cancelli, muoviti. Poi bisognava timbrare la carta viaggio, dopodiché si poteva ripartire, le file per il ristoro erano troppo lunghe, mangiare lì significava buttare via almeno mezzora, era un lusso che non potevo permettermi. Per strada si trovava sempre qualcosa da mangiare, oppure conveniva fermarsi in una Boulangery e mangiare una baguette, un piatto di riso o anche la pasta, anche se scotta andava bene, bastava stare attenti a non mettere salse e salsine, un problema intestinale sarebbe stato un disastro, meglio non rischiare. I caffè non erano il massimo, forse la cosa che mi è mancata di più era proprio un buon caffè, ma la caffeina serve quando si fanno queste cose, credo di aver bevuto litri e litri di caffè francese, funzionava ma non dovevi badare al saporaccio.
Tutto il viaggio di ritorno è stato sofferto, avevo dolori al sottosella e alla caviglia sinistra, si trattava di stringere i denti e di pedalare.
Arrivato a Persche trovo anche Pino Leone, che aveva deciso di riposare un po’ di più .
E’ stato bello finire la Parigi Brest con il Capitano, mi ha dato tanta forza e siamo andati avanti insieme fino al traguardo.
Per strada ancora gente che ci incoraggia in tutti i modi, pensavo che si sarebbero stancati di applaudire, ma invece mi sbagliavo, applaudivano, saltavano, gridavano erano ancora tutti lì, per ognuno di noi, dal primo all’ultimo, per tutti c’era un appaluso. Tutti escluso nessuno, dai bambini che non vedevano l’ora di darci il cinque alle persone anziane che si affacciavano dai balconi gridando a squarciagola “aller aller bon courage et bon route”. Ho visto una bimba di 3 o 4 anni applaudire ogni corridore senza fermarsi mai. Tutto questo calore che ci hanno dato era incontenibile, ero così emozionato che mentre pedalavo piangevo di gioia.
Io e il Capitano ci rilassiamo un po’ siamo a pochi km dall’arrivo e siamo nei tempi. Iniziamo a chiacchierare ma arrivati a una deviazione non vedo la freccia e vado dritto, Pino Leone al mio fianco invece grida SINISTRA e sterza, ma prende la mia ruota e cade, io mantengo l’equilibrio e riesco a non cadere. Lo vedo a terra vado subito a soccorrerlo, per fortuna solo una botta ma niente di rotto, anche la bici è a posto, il Leone è ferito solo nell’orgoglio, io sono molto dispiaciuto, una distrazione poteva costare caro ad entrambi, per fortuna lassù qualcuno ci vuole bene. Dopo una bella ramanzina, che meritavo, ci rimettiamo in marcia diritti al traguardo. Si è fatto giorno da poco la nebbia si dissolve al sole, il paesaggio è sempre incantevole, attraversiamo la foresta di Rambouillet e ci siamo, il castello è li che ci aspetta, dobbiamo solo entrare e superare il traguardo.
L’emozione è tanta, la folla è ai lati della strada, attraversiamo tutto il viale tra mille grida e applausi, tante foto vengono scattate, accade tutto come a rallentatore, vedo il Capitano davanti a me superare il traguardo tra mille applausi e subito dopo arrivo io e non mi sembra vero, ce l’ho fatta! 88 ore sono passate ed ho attraversato tutta la Bretannia.
Sono emozioni davvero forti, che porterò per sempre con me, adesso capisco il motto “La Parigi Brest è per sempre” è davvero così.
Il calore della gente del posto è contagioso, ti rimane scolpito dentro per sempre, questa è la Parigi Brest.

Maurizio Nese