Articolo pbubblicato su Il Randagio a cura di Cinzia Vecchi
Questa “Cronaca di ARI” ci arriva da Maurizio Nese. E’ un racconto piuttosto corposo, e non poteva essere altrimenti, avendo ad oggetto una randonnee “monumento” come la 1001 Miglia Green Reverse.
Maurizio pratica le randonnée dal 2016, fa parte della ASD Randagi Campani e macina migliaia di km all’anno come sta a testimoniare il suo palmarès: campione del Randotour Campania nel 2019, terzo calssificato nel Campionato Italiano ARI nel 2029, Campione del Rando Tour Campania e Magna Grecia nel 2021.
Le over 1000 sono sicuramente la sua passione: finisher alla Parigi Brest Parigi nel 2019, alla 999 nel 2017, alla Sicilia No Stop e ad Alpi 4000 nel 2018, alla 6+6 nel 2019 e infine alla 1001 Miglia nel 2021. Con la partecipazione a tutte le over 1000 italiane ha, così, portato a termine il Gran Brevetto ARI.
1001 miglia 16 -22 agosto 2021 Green Reverse
Racconto a mente fredda di una grande avventura su due ruote.
Di solito, dopo pochi giorni dalla fine di un evento simile, scrivo di getto tutte le sensazioni che ho vissuto durante il viaggio, ma questa volta non l’ho fatto, per una semplice ragione, questa volta è stata un’esperienza molto più intensa, per mettere ordine tra i miei pensieri c’è voluto parecchio tempo. La 1001 Miglia non è una Randonnée come le altre, puoi avere tutta l’esperienza che vuoi ma quando la affronti ti accorgi subito che c’è qualcosa di diverso, anche se sulla carta sembra gestibile, con un po’ di esperienza sulle lunghe distanze, poi ti rendi conto che le difficoltà da affrontare sono tantissime e messe tutte assieme trasformano quello che sembra una semplice Randonnée in un’impresa colossale.
Pochi giorni prima della partenza ero preso come sempre dall’assetto della bici e dalle borse da portarmi dietro, il meteo prometteva bene e potevo osare con un equipaggiamento “minimale” decido di portarmi solo l‘indispensabile, un giubbino rifrangente per le notturne e il Goretex per affrontare un’eventuale pioggia, non si può mai dire, conviene sempre averlo dietro, un completino di ricambio e gli infradito fondamentali per le docce. Alla fine solo una borsetta anteriore e una posteriore erano sufficienti per tutto, kit medico, kit per igiene personale e kit meccanico inclusi.
Adesso bisognava affrontare il viaggio in macchina fino a Milano, decido di con il mio amico Lauro Naclerio, con cui avevo già affrontato Alpi 4000, ci troviamo bene e pedaliamo più o meno con lo stesso passo. In due conviene perché si dividono le spese del viaggio e della camera.
La sera del 14 Agosto, carico tutto in macchina e raggiungo Lauro a Caserta, ceniamo e andiamo a letto presto, poi la mattina del 15 Agosto dopo colazione partiamo per Milano. Il viaggio procede bene, arrivati all’Hotel Poli di Parabiago incontriamo altri randagi che come noi si stanno preparando per la partenza, il clima è elettrico forse per tutta l’adrenalina che circola in giro. Troviamo una stanza molto grande e possiamo rilassarci un po’e subito andiamo al palazzetto dello sport di Parabiago a recuperare il pacco gara, dove troviamo una grande organizzazione, per gestire l’emergenza Covid gli orari sono tutti scaglionati e i percorsi all’interno del palazzetto ben segnalati. Le operazioni si svolgono in maniera fluida ritiriamo il pacco gara, le solite foto di rito e ritorniamo in albergo, tocca fare gli ultimi controlli alla bici, prepararsi per la partenza ma soprattutto fare una buona cena per ricaricare il glicogeno.

Arriva il momento della partenza, abbiamo tutti orari diversi, si parte con orari scaglionati ad intervalli di 15 minuti, a me tocca alle 15:45, sono nella prima griglia insieme a Giosuè Picone, so già che non riuscirò a tenere il suo passo a lungo, ma cercherò di farcela per almeno per i primi 200 km. Neanche il tempo di fare una foto e siamo già partiti, stare nella prima fila non è facile, corrono tutti come matti, cerco di tenere la ruota, in fondo sono fresco e mi sento bene, dobbiamo arrivare a Castellania in provincia di Alessandria, praticamente il regno di Fausto Coppi. Per le Vie del paese di Castellania spiccano suggestive gigantografie che ritraggono momenti di sport e di vita del grande campione Fausto Coppi. Andare forte mi ha consentito di arrivare nel paese ancora con le luci del giorno, la foto sotto la statua del Campionissimo è d’obbligo. Il tempo di caricare le borracce e siamo già per strada di nuovo a correre come matti a 35 km/h, mi chiedevo, perché andare così forte ma la gamba girava bene e il gruppetto con Giosuè era molto compatto, quindi stringo i denti e vado avanti così. Ma era tutto troppo bello, non poteva durare, dopo l’uscita da una curva a gomito, mentre cerco di rilanciare la bici sento un rumore secco e il ciclista dietro di me gridare “oddio si è rotto il cambio”, per fortuna la ruota non si blocca, e la ruota continua a girare, consentendomi di accostare in sicurezza.

Mi faccio coraggio, prendo la bici in spalla e a piedi raggiungo la casa più vicina, dove trovo un lampione che mi sarà utile per smontare la bici, al buio con una lucina led in testa non è il massimo. Ma un cane comincia ad abbaiare e non la smette più, come dargli torto, forse si chiedeva “che ci fa un umano a quest’ora davanti casa mia? “, esce fuori una signora che mi chiede se va tutto bene, io la tranquillizzo dicendole che si tratta solamente di un guasto meccanico e che prendevo in prestito il suo lampione per tentare di riparare la bici. La signora rientra in casa e pure il cane che prima abbaiava di continuo si tranquillizza, adesso abbaia solo una volta ogni tanto. Mi ricordo che nella borsa degli attrezzi porto sempre un forcellino di ricambio, per questo devo ringraziare Mario Rago, era lui a raccomandarmi di portarlo sempre con me, perché il forcellino è un componente progettato proprio per disintegrarsi in caso di urto, per proteggere il cambio stesso e il telaio. Ma prima devo smontare tutto, la situazione non è delle migliori, ancora non so se riuscirò nell’impresa di sistemare la bici almeno per raggiungere il prossimo punto di controllo a Casella Ligure, a una ventina di km da me.
Comincio a ribaltare la bici per poi smontare la ruota togliendo delicatamente la catena, faccio un rapido check dei danni, i raggi non sono rotti e questo è un bene, il cambio è bloccato, la catena è deformata in 4 punti ed il forcellino è spezzato. Adesso ho solo una possibilità, recuperare la catena togliendo le maglie deformate, bloccare il cambio su un rapporto e rimontare tutto. Me la cavo con 4 maglie, avendo la gabbia lunga il cambio regge bene sul pignone da 24 denti, dopo aver messo il forcellino nuovo e rimontato tutto riesco a rimettermi in marcia. Oltre al forcellino mi ha salvato anche lo smagliacatena, che porto sempre con me. Due ore per rimettermi in marcia, ero in testa ma adesso mi avevano superato quasi tutti, va bene, non importa, avevo molto tempo per recuperare e speravo di trovare un meccanico a Casella Ligure. Con un solo pignone la bici rispondeva bene ma ero molto più lento di prima, dovevo abbassare il passo e questo comportava dei grossi ritardi sulla mia tabella di marcia. Ero preoccupato non poco, perché significava dormire molto di meno per finire la Rando in 132 ore.

Dopo altre 2 ore la bici è sistemata, ma il cambio può solo salire tirando il cavo, la molla di richiamo è stirata quindi non scende quando allento il cavo, in pratica potevo alleggerire i rapporti ma poi per mettere le marce lunghe dovevo fermarmi e metterle a mano. Meglio feriti che morti, ripartiamo, abbiamo perso un sacco di tempo, ma siamo di nuovo sulla strada per portare a termine la nostra missione, arrivare all’arrivo in meno di 132 ore. Non c’è tempo per dormire e si va avanti alla prossima tappa. Adesso si è riformato il gruppo di amici della partenza, con noi anche il Capitano Leone, pedaliamo tra le cinque terre con le prime luci dell’alba, il panorama sulla costa ligure è stupendo e ci aiuta a dimenticare una nottata da incubo.

La notte prendeva il posto del crepuscolo ed affrontare le strade sterrate non era il caso, noi prendiamo l’opzione della strada asfaltata e proseguiamo per tutta la notte, solo il solito microsonno a S. Quirico D’orcia ci doveva bastare per recuperare le forze. Ripartiamo con il buio e arriviamo alle prime luci dell’alba sul lago di Bolsena, bellissimo sembrava quasi di stare al mare, dopo una breve sosta a Bolsena ripartiamo e cerchiamo di recuperare un po’ di tempo, siamo tutti molto stanchi e poco lucidi, anche orientarsi diventa difficile nonostante il gps. L’altimetria è davvero tanta, c’è tutto l’appennino dell’Italia centrale da scavalcare, e la cosa ci mette un po’ in ansia. Il passo non è veloce, avanziamo con medie di 20 km/h sui tratti pianeggianti, in salita io con il cambio rotto potevo usare solo 2 o 3 rapporti. Ci dividiamo in due gruppi, io e Salvatore proseguiamo per la statale, Lauro e Mario che erano più avanti sbagliano percorso e prendono una strada interpoderale che li porta nelle campagne di Orvieto. La cosa più assurda che mi è mai capitata è stata incontrarli di nuovo a un incrocio 100 km più avanti anche se avevamo fatto due strade diverse, ci siamo ritrovati allo stesso istante e nello stesso punto, incredibile era un segno del destino, dovevamo andare avanti assieme.

Alla fine rientriamo in tutti i cancelli, Matassino Regello, Scarperia fino a Lugo passando da Imola, dove attraversiamo il circuito, passiamo anche dal monumento che ricorda la morte di Senna, ci fermiamo un minuto in quel posto, dove il tempo sembra essersi fermato al giorno della tragedia. L’appennino ce lo lasciamo alle spalle finalmente, ma resta da fare tutta la Pianura Padana, in buona parte sulla ciclabile del fiume Po. Il percorso non è bello, la ciclabile scorre sull’argine del fiume, per trovare una fontana bisogna uscire dalla ciclabile e allungare il percorso, spesso ci tocca attraversare tratti di centinaia di km senza trovare una goccia d’acqua, quindi dobbiamo provvedere prima. Io porto con me sempre due borracce da 750 ml, in queste occasioni si rivelano fondamentali.
Dopo tante ore in sella, la lucidità viene meno è facile commettere degli errori, le ciclabili sono strette, il manto stradale è pessimo, e ai lati ci sono dei grossi fossati, inoltre bisogna stare sempre concentrati sulla strada, può sempre sbucare qualcuno, un runner o un altro ciclista all’improvviso. Inoltre stare in un gruppetto richiede ancora più concentrazione perché devi vedere anche cosa fanno gli altri. Ebbene, è bastato un attimo di distrazione per guardare il contachilometri e mi sono trovato Luigi Pagliuca fermo davanti a me per svoltare a destra, io lo vedo all’ultimo momento e per non finirgli addosso devo buttarmi nel fossato. Naturalmente faccio un volo di diversi metri, e mi ribalto finendo lungo a terra. Per fortuna la vegetazione composta da un folto canneto, attutisce il colpo, mi rialzo come Pieraccioni nel Film “il Ciclone”, “Nulla non mi son fatto nulla”, i miei compagni dopo aver visto che non c’era niente di rotto mi scattano pure una foto. Mi è andata davvero bene questa volta. Dopo due risate ripartiamo per il prossimo cancello.
Al controllo di Massa Finalese dopo 4 giorni e mezzo passati a pedalare ci accoglie la nostra amica Cinzia Vecchi con un grande ristoro, arriviamo molto stanchi, sono le 3:00 e cogliamo l’occasione per mangiare qualcosa e dormire almeno un paio d’ore, troviamo dei materassini e ci addormentiamo come sassi. La sveglia ce la dava sempre Mario Rago, che ci ricordava sempre che eravamo in ritardo, un po’ come il Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie. Si riparte prestissimo come sempre alle 5:30 prendiamo la strada per Pieve di Corano, Colorno passando anche da Codogno dove ci fermiamo per una pizza. Oramai ogni sosta è un’occasione per dormire anche solo 15 minuti.

Dormire sotto un ponte al freddo dopo aver lasciato una brandina in un castello non è il massimo, ma non c’è tempo per recriminare, riparto da solo per affrontare gli ultimi 80 km sulle ciclabili dei Navigli di notte e con poca autonomia sul GPS, non ho avuto nemmeno modo di ricare il powerbank al Castello di Fombio. Non faccio nemmeno 50 km e mi trovo senza GPS e senza Cellulare, posso affidarmi solo al mio senso dell’orientamento, che è pessimo.
In fondo sulla ciclabile non dovrei perdermi, basta seguire le frecce che per fortuna erano messe bene e nei punti giusti. Fisicamente stavo bene, quelle poche ore di sonno erano bastate. Viaggiare da solo mi consente di mantenere i miei ritmi e di recuperare meglio, quindi l’ultima parte l’ho affrontata serenamente anche con tutte le difficoltà che mi si sono presentate durante il percorso. Alla fine riesco a raggiungere il traguardo in 133 ore 15 minuti e 31 secondi. Meno male che l’organizzatore aveva aumentato i tempi a 136 per l’omologazione.

Adesso ho una bella storia da raccontare a chi si avvicina a questo mondo.

